A Padova si lavora al farmaco per il cuore degli sportivi (ma c’è bisogno di fondi)

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«Ho capito subito che cosa stesse provando Eriksen in quel momento. Anche se quando vedo scene del genere, faccio sempre fatica». Livia Fiori era una nuotatrice con una brillante carriera, campionessa europea giovanile in vasca a Riccione nel 2019. Poi una passeggiata in bici con le amiche e lo scorso 24 gennaio il dolore al petto, la perdita di sensi e i soccorsi che le hanno salvato la vita. Stessa malattia cardiaca che è costata la vita a tanti atleti, quella che probabilmente verrà diagnosticata anche al campione danese salvato ieri in campo dopo i minuti di terrore e paura in diretta tv.

«Al 90% si tratta della stessa malattia di Livia», dichiara il professor Leonardo Fiori, padre della ex nuotatrice milanese e neurochirurgo del San Gerardo di Monza. «Cardiopatia aritmogena del ventricolo destro – hanno spiegato in queste ore in diverse interviste padre e figlia – Colpisce soggetti che praticano sport agonistico di alto livello. Per questo la chiamano malattia dello sportivo».

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Storie simili, esiti diversi

Tempismo, abilità dei sanitari, disponibilità di strumenti d’intervento adatti. Questi gli elementi determinanti in diversi casi simili a quello di Eriksen, il cui esito è cambiato solo per effetto della diversa incidenza delle variabili appena citate. La patologia è la stessa, e si chiama displasia aritmogena del ventricolo destro (o cardiomiopatia aritmogena), l’esito drammaticamente diverso, da caso a caso: Livia e Christian salvi, niente da fare per Piermario Morosini, il 14 aprile 2012, a Pescara al 31esimo di gioco della sfida tra gli abruzzesi e il suo Livorno; stesso destino per Antonio Puerta, laterale del Siviglia, il 28 agosto 2007. Una patologia – la displasia aritmogena del ventricolo destro – che fa parte della famiglia delle cardiomiopatie ereditarie, come la sindrome di Brugada che ha fatto morire nel sonno, il 4 marzo 2018, mentre era in ritiro con i compagni di squadra alla vigilia della gara in trasferta con l’Udinese, il capitano della Fiorentina Davide Astori. In media, la malattia colpisce una persona ogni 5mila, e secondo i dati provoca la morte ogni anno di due under35 ogni 100mila persone.

Soluzioni

Dopo l’incidente, Livia Forni oggi convive con un defibrillatore sotto l’ascella «ma continuo – sottolinea a vivere una vita normalissima. Tornerò anche in vasca prima o poi, certo per farmi una nuotata e non a livello agonistico. Ora senza sport ho dovuto rivedere le mie priorità per il futuro. A breve mi diplomerò al liceo linguistico e all’Università farò scienze della comunicazione». Tra i tanti impegni che l’aspettano, anche quello di essere ancora testimonial del progetto “Beat the beat” (nella doppia accezione di “tieni il ritmo” e “sconfiggi il battito”), condotto a Padova e che mira proprio a sperimentare un farmaco che sembra in grado di bloccare l’evoluzione della malattia cardiaca.

Ricerca e fondi

La patologia ad oggi infatti non è curabile, ma solo gestibile, con interventi come quello ricevuto da Livia, accompagnato magari da un mix di farmaci betabloccanti e comportamenti preventivi, come il praticare poco sport e comunque non a livello agonistico. Tuttavia l’Università di Padova, in collaborazione con la British Columbia University di Vancouver, ha individuato le cellule responsabili della trasformazione patologica del cuore. Così, trovata la cellula killer, l’ateneo patavino sta ora producendo un farmaco estremamente innovativo che ferma la malattia. «Nelle persone affette da displasia aritmogena del ventricolo destro le cellule del cuore muoiono e vengono sostituite da tessuto fibroso; esso non conduce impulsi elettrici, e quindi causa aritmie, anche fatali – evidenzia la dottoressa Alessandra Rampazzo, del Laboratorio di Genetica umana molecolare e genomica del Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova, ospite di Radio24 durante Tutti Convocati Weekend-. Studiando il Dna di persone malate, abbiamo individuato 6 geni che causano la malattia. Così, grazie alla scoperta di questi geni, ora possiamo fare lo studio genetico nei familiari, per individuare chi rischia. La scoperta scientifica ci permette ora anche di realizzare un farmaco».

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