Cop26, un’intesa ai supplementari per rispondere alle sfide del climate change

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Nuova bozza di pacchetto conclusivo nel mattino del 13 novembre. Poi assemblea plenaria informale tra i rappresentanti dei 197 Paesi partecipanti. Infine l’approvazione finale. Con molti delegati che hanno già ripreso la via di casa (il vertice doveva chiudere il 12 e non tutti sono riusciti a spostare i voli), altri che stanno facendo le valigie e i padiglioni dello Scottish Event Campus in disarmo, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima si avvia alle battute finali, dopo due settimane di trattative, promesse, annunci, contestazioni.

Le bozze aggiornate del pacchetto conclusivo sono state diffuse, sono i temi al centro del processo Cop: mercato globale delle emissioni di CO2, regole per il monitoraggio e la verifica degli impegni di riduzione dei gas serra, aiuti a i Paesi in via di sviluppo.

Decisioni e raccomandazioni

Saranno raccolte sotto l’ombrello della cover decision, «l’albero di Natale», come la chiamano i negoziatori, appesa alla quale ci sono impegni più o meno stringenti, ma comunque delicati, come possono essere l’accelerazione dello stop al consumo di carbone o ai sussidi ai combustibili fossili. E raccomandazioni a tagliare i gas serra del 45% entro il 2030, per arrivare allo “zero netto” «attorno a metà secolo». Lo stesso linguaggio usato nel G20 di Roma: un compromesso per tenere insieme chi punta al 2050 (Ue, Usa, Giappone, Regno Unito, tra gli altri) e chi ha tempi più lunghi, come Cina, Russia, Aarabia Saudita (2060) e India (2070) e che si attira le critiche di Ong e ambientalisti.

Quanta fatica sul fondo ai Paesi in via di sviluppo

Un tema di particolare attrito, anche in prospettiva e al di là del risultato della Cop26, è quello degli aiuti ai Paesi in via di sviluppo. Nel 2009, le economie avanzate si erano impegnati a mobilitare 100 miliardi di dollari l’anno a favore di quelli a basso reddito. Ci si doveva arrivare nel 2020, ma ci si è fermati sotto i 90 (83-88 secondo l’Ocse). La somma potrebbe essere raggiunta nel giro di uno o due anni e forse superata nei successivi. Timmermans, ha definito «deludente» il comportamento dei Paesi avanzati. «L’Unione Europea dà già ora 27 miliardi di dollari – ha detto – ed è pronta a esplorare la possibilità di sforzi ulteriori».

È una questione di fiducia, come ormai riconoscono tutti. E come grida a gran voce il gruppo dei Paesi in via di sviluppo e con frustrazione palpabile i rappresentanti degli Stati insulari, quelli in prima linea sul fronte del climate change, insieme alle nazioni a basso reddito, le meno attrezzate per affrontare la transizione energetica e sostenere i danni del globale warming.

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